C’era una volta (Cap II)

C’era una volta (Cap II)

 

C’ERA UNA VOLTA (CAP II)

 

L’indomani un’alba livida risvegliò i sopravvissuti.

Maurice, in realtà, aveva passato la notte scrutando nel buio e prestando attenzione ad ogni minimo sussurro e alito di vento. Le sentinelle che aveva disposto in modo strategico ai lati del villaggio non avevano rilevato nulla di particolare e si ritrovò a sospirare di leggerezza per un attacco mancato. Sperò che il giovine incaricato da JF di portare la notizia alla città più vicina avesse cavalcato a rotta di collo tutta la notte, gli ordini erano stati perentori: cavalca senza sosta fino ad uccidere il cavallo e poi corri a piedi ma fai più in fretta che puoi ! Il nervosismo che percepiva e l’ansia che lo costringeva a respirare velocemente erano dovuti alla consapevolezza che un uomo da solo poteva coprire la distanza dal villaggio ad Ebouda, la città dove si trovava il battaglione di soldati e cavalieri, in un solo giorno, ma il viaggio di ritorno avrebbe richiesto un tempo ben più lungo. La certezza di dover resistere a nuovi attacchi con quello che aveva a disposizione non lo rallegrava.

Il messaggero giunse a Ebouda poco prima del meriggio e fu ricevuto dal comandante generale dell’esercito della città. Riferì l’accaduto fin nei minimi particolari ed invocò l’aiuto necessario. Le truppe furono mobilitate immediatamente e nell’arco di poche ore fu tutto pronto. Uomini, cavalli e cavalieri, armi, scorte di viveri ed il numeroso seguito che supporta ed alimenta un esercito. Un meccanismo perfetto e ben rodato dove ognuno sapeva quale fosse il suo compito e vi attendeva con solerzia. Appena ricevette l’avviso che tutto era stato preparato al meglio il comandante generale montò a cavallo, si pose alla testa dei suoi uomini e diede il segnale. In un frastuono immenso, inframmezzato dal nitrito dei cavalli nervosi e scalpitanti, la marcia, che per forza di cose doveva avvenire a tappe serrate, ebbe inizio. Le intenzioni del comandante erano quelle di spronare i cavalli per poter giungere al più presto, mentre i soldati avrebbero raggiunto i cavalieri solo il giorno dopo. I viveri sarebbero giunti con più calma: gli uomini erano militari di vecchia data ed ognuno si portava, direttamente nella sacca buttata sulle spalle, l’indispensabile per sopravvivere alcuni giorni.

 

Gli abitanti del villaggio mantenevano il ritmo di tutti i giorni, forse appena accelerato, anche se i loro occhi vagavano di continuo tra quello a cui stavano attendendo ed i confini a nord. Costruivano barricate, il fabbro forgiava nuove spade, il falegname nuovi archi, la Guaritrice controllava i feriti. Mentre puliva una ferita che rischiava di infettarsi sentì alle sue spalle il fruscio di gonne ampie e di passi leggeri, si voltò e si trovò di fronte il viso di una giovane. Bassina di statura ma proporzionata, capelli ed occhi neri come la notte, tratti decisi sul volto, seno importante trattenuto dal corsetto, gambe tornite dal continuo cammino, ventre piatto e muscoloso, una vocina da bimba che la annunciava da lontano, una ferrea volontà ed una strana energia che l’avvolgeva. Il suo viso mostrava alcuni tratti delicati, la pelle sprigionava bellezza allo stato puro, vellutata e liscia, morbida ed asciutta al tatto, il suo corpo emanava profumo di fiori di campo. La giovane vestiva in modo semplice anche se aveva un che di ricercato, mostrava con sicurezza le sue origini e trasudava la volontà di non appartenere alla classe nobile. La Guaritrice riconobbe immediatamente quella sorta di scudo protettivo che avvolgeva la ragazza: aveva il dono dei poteri. Un lungo, lunghissimo, istante in cui le due donne si riconobbero senza conoscersi, ognuna consapevole di avere di fronte una prescelta. Si studiarono e compresero di aver trovato chi poteva completare le mancanze reciproche. L’una era esperta e forte nelle arti della guarigione, in quelle della persuasione, della manipolazione, tutte arti delle adepte dell’aria e della logica mentre l’altra emanava potenza, sicurezza, tenacia, capacità fisiche tipiche del fuoco e della terra.

La giovane, il cui nome era Manqua, era conosciuta nei dintorni come la figlia illegittima di un nobile di alto rango, nata dalla passione di un momento con una serva. Si sussurrava che molti anni prima una carovana di carri, scortati da truppe scelte, si fosse fermata nei boschi ai piedi dei monti per il sopraggiungere della notte ed il mattino successivo fosse ripartita senza di lei. La carovana era comandata da un duca di terre lontane e si stava spostando verso nuovi territori da conquistare. Poco distante fu ritrovato anche il corpo straziato di una donna dai tratti popolani, con la pelle cotta dal sole ed insultata dal duro lavoro. La verità, che solo Manqua conosceva, raccontava che De Volp il Grigio, uno dei maghi più potenti del mondo allora conosciuto, avesse lasciato la sua figlia prediletta e amatissima alla mercè degli eventi perchè il suo destino fosse compiuto. Manqua doveva vagare nel mondo, era necessario che trovasse un’anziana esperta nelle arti magiche per poter essere spezzata e quindi rinascere con la consapevolezza di aver ricevuto in dote dal padre poteri enormi. Doveva prenderne coscienza e conoscenza, doveva imparare le arti antiche prima di poterle dominare. Questo era un compito che il padre non poteva svolgere.

Tra le persone che lavoravano per mettere in sicurezza il villaggio v’era anche un giovine di bell’aspetto, muscoloso e dallo sguardo duro. De Hab questo era il nome con cui era conosciuto, solo Hab per chi lo conosceva bene, figlio del marchese De Habundantia e signore delle terre vicine al mare. Terzo figlio del marchese, e quindi senza speranza di ereditare le ricchezze di famiglia, divenne prima un avventuriero e poi un mercenario al soldo di altri signori che necessitavano di difesa personale. Di poche parole, scorbutico, deciso e dai modi svelti, veloce con la spada e fenomenale con l’arco. Una macchina costruita con pazienza ed attenzione per uccidere, un uomo che sapeva aspettare per riuscire a portare a casa il suo bottino. Hab dall’angolo in cui si trovava lanciava lunghe ed intense occhiate a Manqua, non la perdeva di vista nemmeno per un attimo. Lei era intenta a svolgere le mansioni che la Guaritrice le aveva affidato, recitava formule arcane e riscaldava ferite costringendole alla guarigione, mentre sentiva su di lei gli occhi e le attenzioni del mercenario. Non le dispiaceva, le infondeva sicurezza e brividi. I due danzavano sull’orlo del precipizio consapevoli di quello che stava accadendo, un gioco pericoloso e vecchio quanto il mondo stesso, una battaglia fatta di sguardi e di intenzioni, di proposte e di rifiuti, di passione e di trucchi. Ballavano con il fuoco correndo il rischio di ustionarsi sapendo che ci sarebbe stato un solo vincitore e nessun sconfitto. Un minuetto dove il perdente avrebbe avuto, comunque, la sua parte di soddisfazione e di gloria. Una tenzone in cui chi partiva battuto poteva ribaltare le sue sorti ed uscirne vincitore. All’improvviso un urlo ruppe la danza e richiamò Manqua, i feriti non potevano aspettare.

Ci fu un momento in cui si alzò un soffio di vento che spazzò la calura ed il fetore dei corpi bruciati delle bestie. Durò un istante e tutto si fermò. Maurice si voltò di scatto e brandì la spada mettendosi nella posizione del gabbiano: gambe divaricate, occhi attenti, spada puntata verso l’alto e piedi ben piantati a terra. Riconobbe il brivido che gli percorreva la schiena, comprese il silenzio che si era impossessato degli elementi naturali. Era pronto. L’unica speranza erano i rinforzi, se fossero arrivati in tempo.

JF, i suoi uomini ed i mercenari corsero a disporsi nei punti prestabiliti, gli arcieri sui tetti delle case, i cavalieri al limitare del bosco e tutti gli altri compatti a formare un quadrato.