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C’era una volta (Cap II)

C’era una volta (Cap II)

 

C’ERA UNA VOLTA (CAP II)

 

L’indomani un’alba livida risvegliò i sopravvissuti.

Maurice, in realtà, aveva passato la notte scrutando nel buio e prestando attenzione ad ogni minimo sussurro e alito di vento. Le sentinelle che aveva disposto in modo strategico ai lati del villaggio non avevano rilevato nulla di particolare e si ritrovò a sospirare di leggerezza per un attacco mancato. Sperò che il giovine incaricato da JF di portare la notizia alla città più vicina avesse cavalcato a rotta di collo tutta la notte, gli ordini erano stati perentori: cavalca senza sosta fino ad uccidere il cavallo e poi corri a piedi ma fai più in fretta che puoi ! Il nervosismo che percepiva e l’ansia che lo costringeva a respirare velocemente erano dovuti alla consapevolezza che un uomo da solo poteva coprire la distanza dal villaggio ad Ebouda, la città dove si trovava il battaglione di soldati e cavalieri, in un solo giorno, ma il viaggio di ritorno avrebbe richiesto un tempo ben più lungo. La certezza di dover resistere a nuovi attacchi con quello che aveva a disposizione non lo rallegrava.

Il messaggero giunse a Ebouda poco prima del meriggio e fu ricevuto dal comandante generale dell’esercito della città. Riferì l’accaduto fin nei minimi particolari ed invocò l’aiuto necessario. Le truppe furono mobilitate immediatamente e nell’arco di poche ore fu tutto pronto. Uomini, cavalli e cavalieri, armi, scorte di viveri ed il numeroso seguito che supporta ed alimenta un esercito. Un meccanismo perfetto e ben rodato dove ognuno sapeva quale fosse il suo compito e vi attendeva con solerzia. Appena ricevette l’avviso che tutto era stato preparato al meglio il comandante generale montò a cavallo, si pose alla testa dei suoi uomini e diede il segnale. In un frastuono immenso, inframmezzato dal nitrito dei cavalli nervosi e scalpitanti, la marcia, che per forza di cose doveva avvenire a tappe serrate, ebbe inizio. Le intenzioni del comandante erano quelle di spronare i cavalli per poter giungere al più presto, mentre i soldati avrebbero raggiunto i cavalieri solo il giorno dopo. I viveri sarebbero giunti con più calma: gli uomini erano militari di vecchia data ed ognuno si portava, direttamente nella sacca buttata sulle spalle, l’indispensabile per sopravvivere alcuni giorni.

 

Gli abitanti del villaggio mantenevano il ritmo di tutti i giorni, forse appena accelerato, anche se i loro occhi vagavano di continuo tra quello a cui stavano attendendo ed i confini a nord. Costruivano barricate, il fabbro forgiava nuove spade, il falegname nuovi archi, la Guaritrice controllava i feriti. Mentre puliva una ferita che rischiava di infettarsi sentì alle sue spalle il fruscio di gonne ampie e di passi leggeri, si voltò e si trovò di fronte il viso di una giovane. Bassina di statura ma proporzionata, capelli ed occhi neri come la notte, tratti decisi sul volto, seno importante trattenuto dal corsetto, gambe tornite dal continuo cammino, ventre piatto e muscoloso, una vocina da bimba che la annunciava da lontano, una ferrea volontà ed una strana energia che l’avvolgeva. Il suo viso mostrava alcuni tratti delicati, la pelle sprigionava bellezza allo stato puro, vellutata e liscia, morbida ed asciutta al tatto, il suo corpo emanava profumo di fiori di campo. La giovane vestiva in modo semplice anche se aveva un che di ricercato, mostrava con sicurezza le sue origini e trasudava la volontà di non appartenere alla classe nobile. La Guaritrice riconobbe immediatamente quella sorta di scudo protettivo che avvolgeva la ragazza: aveva il dono dei poteri. Un lungo, lunghissimo, istante in cui le due donne si riconobbero senza conoscersi, ognuna consapevole di avere di fronte una prescelta. Si studiarono e compresero di aver trovato chi poteva completare le mancanze reciproche. L’una era esperta e forte nelle arti della guarigione, in quelle della persuasione, della manipolazione, tutte arti delle adepte dell’aria e della logica mentre l’altra emanava potenza, sicurezza, tenacia, capacità fisiche tipiche del fuoco e della terra.

La giovane, il cui nome era Manqua, era conosciuta nei dintorni come la figlia illegittima di un nobile di alto rango, nata dalla passione di un momento con una serva. Si sussurrava che molti anni prima una carovana di carri, scortati da truppe scelte, si fosse fermata nei boschi ai piedi dei monti per il sopraggiungere della notte ed il mattino successivo fosse ripartita senza di lei. La carovana era comandata da un duca di terre lontane e si stava spostando verso nuovi territori da conquistare. Poco distante fu ritrovato anche il corpo straziato di una donna dai tratti popolani, con la pelle cotta dal sole ed insultata dal duro lavoro. La verità, che solo Manqua conosceva, raccontava che De Volp il Grigio, uno dei maghi più potenti del mondo allora conosciuto, avesse lasciato la sua figlia prediletta e amatissima alla mercè degli eventi perchè il suo destino fosse compiuto. Manqua doveva vagare nel mondo, era necessario che trovasse un’anziana esperta nelle arti magiche per poter essere spezzata e quindi rinascere con la consapevolezza di aver ricevuto in dote dal padre poteri enormi. Doveva prenderne coscienza e conoscenza, doveva imparare le arti antiche prima di poterle dominare. Questo era un compito che il padre non poteva svolgere.

Tra le persone che lavoravano per mettere in sicurezza il villaggio v’era anche un giovine di bell’aspetto, muscoloso e dallo sguardo duro. De Hab questo era il nome con cui era conosciuto, solo Hab per chi lo conosceva bene, figlio del marchese De Habundantia e signore delle terre vicine al mare. Terzo figlio del marchese, e quindi senza speranza di ereditare le ricchezze di famiglia, divenne prima un avventuriero e poi un mercenario al soldo di altri signori che necessitavano di difesa personale. Di poche parole, scorbutico, deciso e dai modi svelti, veloce con la spada e fenomenale con l’arco. Una macchina costruita con pazienza ed attenzione per uccidere, un uomo che sapeva aspettare per riuscire a portare a casa il suo bottino. Hab dall’angolo in cui si trovava lanciava lunghe ed intense occhiate a Manqua, non la perdeva di vista nemmeno per un attimo. Lei era intenta a svolgere le mansioni che la Guaritrice le aveva affidato, recitava formule arcane e riscaldava ferite costringendole alla guarigione, mentre sentiva su di lei gli occhi e le attenzioni del mercenario. Non le dispiaceva, le infondeva sicurezza e brividi. I due danzavano sull’orlo del precipizio consapevoli di quello che stava accadendo, un gioco pericoloso e vecchio quanto il mondo stesso, una battaglia fatta di sguardi e di intenzioni, di proposte e di rifiuti, di passione e di trucchi. Ballavano con il fuoco correndo il rischio di ustionarsi sapendo che ci sarebbe stato un solo vincitore e nessun sconfitto. Un minuetto dove il perdente avrebbe avuto, comunque, la sua parte di soddisfazione e di gloria. Una tenzone in cui chi partiva battuto poteva ribaltare le sue sorti ed uscirne vincitore. All’improvviso un urlo ruppe la danza e richiamò Manqua, i feriti non potevano aspettare.

Ci fu un momento in cui si alzò un soffio di vento che spazzò la calura ed il fetore dei corpi bruciati delle bestie. Durò un istante e tutto si fermò. Maurice si voltò di scatto e brandì la spada mettendosi nella posizione del gabbiano: gambe divaricate, occhi attenti, spada puntata verso l’alto e piedi ben piantati a terra. Riconobbe il brivido che gli percorreva la schiena, comprese il silenzio che si era impossessato degli elementi naturali. Era pronto. L’unica speranza erano i rinforzi, se fossero arrivati in tempo.

JF, i suoi uomini ed i mercenari corsero a disporsi nei punti prestabiliti, gli arcieri sui tetti delle case, i cavalieri al limitare del bosco e tutti gli altri compatti a formare un quadrato.

C’era una volta (Cap I)

  • C’ERA UNA VOLTA …

  • C’era una volta … Sì c’era una volta, perchè le storie serie,quelle che si ricordano negli anni iniziano sempre con “C’era una volta” .
  • C’era una volta una terra dura ed ostile, una terra che nessuno amava, una terra dove la sopravvivenza era una battaglia quotidiana. Era corrosa da acque veloci e tumultuose, flagellata spesso dal vento gelido che soffiava da nord, arsa da un sole impietoso nella bella stagione, almeno in quella che, i pochi e stanchi abitanti, definivano quel periodo dell’anno in cui non pioveva come “la bella stagione”. Una terra che non aveva un nome, che non aveva confini, che non era indicata sulle mappe dei viandanti e nemmeno su quelle degli avventurieri. Una terra ostile, impregnata di sudore e fatica, imprecazioni e gente comune.
  • Tra i pochi che vi abitavano c’erano alcuni cavalieri, appartenenti ad una guarnigione che aveva il compito di vigilare sulla sicurezza degli abitanti del sud, sulla tranquillità di chi aveva ottenuto di più dalla sorte. Dovete sapere che dal nord erano sciamati in passato esseri negletti e barbari, creature che vivevano senza uno scopo. Ecco, il compito della guarnigione era quello di respingere tali creature se mai avessero avuto la sfrontatezza di migrare nuovamente. Lo sparuto gruppo di soldati era comandato da un cavaliere dall’animo nobile, si diceva appartenesse ad una facoltosa e rispettata famiglia, un cavaliere che si era votato, con il corpo ma soprattutto con l’animo, al suo compito. Il suo nome era Maurice de Gottardis ed era nato in quella che era conosciuta come una tranquilla e florida cittadina delle pianure. Uomo alto, non bello nel senso classico del termine ma piacente, incline al sorriso ed all’allegria. Maurice era rispettato dai suoi subalterni, odiato dai suoi nemici e ben voluto da chi aveva avuto l’onore di conoscerlo bene. Almeno quel tanto che poteva aver lasciato intravedere il suo animo ed il suo spirito giocoso. Il suo compito principale era quello di organizzare le ronde, di verificare che i suoi ordini venissero eseguiti correttamente, che ci fosse sempre un numero adeguato di soldati a sorvegliare la zona a lui assegnata. Come spesso gli accadeva integrava gli ordini che riceveva con dispacci urgenti con consigli dettati dal buon senso, con malizie suggerite dall’esperienza, per far si che i soldati a lui assegnati non dovessero sopportare fatiche inutili.
  • Erano giorni bui quelli che vado a raccontare, giorni di guerra, giorni di gloria, giorni di dolore e sofferenza, giorni di onore e di amore.
  • Maurice aveva assegnato un drappello dei suoi migliori uomini, al comando di JohnFrank Casomai -cavaliere da tempo immemore, già decorato dalla regina in persona, Sua Maestà Marina I la Terribile – per pattugliare la zona più pericolosa, quella dove già si erano verificati scontri e schermaglie nelle settimane precedenti.  JohnFrank aveva deciso di sorvegliare giorno e notte la porzione di terra che aveva davanti agli occhi, alternandosi ai suoi uomini senza sosta. La notte in cui lui vigilava dall’estremo nord si videro bagliori intensi, quasi che stesse prendendo vita una tempesta come mai prima di allora si aveva memoria. Lampi continui inframmezzati a colpi sordi simili al tuono, luci vivide e colorate, suoni cupi e vibranti. L’astuzia e le battaglie precedenti gli suggerivano di prestare attenzione ma lui sapeva che quella notte non ci sarebbero stati attacchi, sentiva che fino all’indomani nulla sarebbe cambiato. Quando il secondo ufficiale venne per dargli il cambio decise di non lasciare la sua postazione e rimase a fargli compagnia estraendo dalla sua bisaccia la piccola borsa che conteneva il suo tabacco da pipa, un tabacco aromatico che aveva deciso di coltivare da solo, e riempì la sua pipa decorata con le immagini della cavalleria. Offrì il tabacco a Maurice che lo accettò volentieri, non prima però di aver sistemato la sua borraccia davanti a loro, la borraccia che era appartenuta a suo padre e che conteneva quel liquore spacca budella che i contadini del luogo ottenevano dalla fermentazione di una particolare radice che raccoglievano nei boschi. I più arditi aggiungevano le larve di un insetto dal colore rosso intenso, larve piccole che conferivano al liquido trasparente un colore rosato ed aggiungevano potenza al fuoco che era in grado di sprigionare. Bene, quella notte di luci e tuoni sarebbe passata in silenzio con i due che controllavano l’orizzonte facendosi compagnia, senza la necessità di parlarsi, ognuno con la memoria impegnata nei ricordi e l’occhio vigile a scrutare. L’indomani, all’alba, il resto della truppa li vide in piedi su di uno sperone di roccia, figure massicce avvolte nei loro tabarri e l’elmo in testa, con lo sguardo puntato lontano. Tranquilli ed in posizione di riposo, quasi di rilassatezza, per cui compresero che il pericolo non era imminente, che le minacce non si erano presentate e quindi si dedicarono alle loro mansioni, chi a preparare il rancio, farina cotta nell’acqua e carne secca ammollata nel vino, chi a strigliare i cavalli e chi a ripulire l’accampamento. Il giorno aveva avuto inizio, un altro giorno uguale agli altri, un giorno in più da vivere.
  • In questa terra , a circa un giorno a cavallo dall’accampamento, si trovava un villaggetto i cui abitanti definivano città. Lo facevano solo perchè era l’assembramento più grande in un raggio superiore a quello che ogni abitante avesse mai percorso in un singolo viaggio. Nella realtà contava meno abitanti di qualunque altra città dei reami del sud, era meno operosa di qualunque altra città dell’est e, soprattutto era molto meno viva di tutte quelle menzionate sulle carte ufficiali e sulle mappe conosciute. Era, comunque, il luogo con il maggior numero di case e di persone per leghe e leghe, era il luogo dove si viveva in modo profondamente diverso da quello imposto dalla campagna.  Qui la vita scorreva lenta, aveva un ritmo cadenzato dalle necessità degli abitanti e la cosa più allegra era la festa del raccolto. Questa era La Festa, il giorno e la notte più lunghi per il villaggio, dove era concesso quasi tutto. Si mangiava, si beveva, si ballava, si rideva e poi si iniziava di nuovo. Da lontano giungevano giostre e prestigiatori, maghi ed indovini, cavalieri e cavallerizzi, venditori di ogni specie e genere, si cuocevano le frittelle in piazza e si giocava alla parenca, una giostra dove cavallo e cavaliere erano un tutt’uno per sconfiggere l’avversario. Tra le bancarelle c’era quella di una erborista esperta, profonda conoscitrice dell’animo umano e dei poteri della natura, svelta di mente e capace con i suoi rimedi, che giungeva ogni anno e sistemava le sue bocce di vetro proprio al centro della piazza. Disponeva di uno spazio circolare e da qualunque direzione fossero giunti i visitatori non avrebbero potuto fare a meno di fermarsi da lei. Era conosciuta come “la Guaritrice” e nessuno aveva mai saputo quale fosse il suo vero nome e nemmeno si era preoccupato di scoprirlo. La Guaritrice era l’appellativo perfetto per tutti quanti. Se volete saperlo il suo nome, quello scelto dal padre e dalla madre, era Dinoyra ma questo era il nome della sua infanzia, il nome che esisteva prima della sua iniziazione alla conoscenza delle erbe e dei veleni, prima del suo praticantato nei villaggi vicini al suo, prima che per tutti diventasse “La Guaritrice”. Non lo sentirete più questo nome per cui dimenticatelo anche voi.
  • Mentre Maurice e JohnFrank scrutavano l’orizzonte nel villaggio iniziava la festa del raccolto, tutto era pronto e tutti quanti erano pervasi da quella frenesia tipica di una festa già vissuta, dall’aspettativa di riuscire ad agguantare la gioia e dalla consapevolezza che, almeno per un giorno ed una notte, avrebbero pensato solo a divertirsi.
  • Mentre la festa aveva inizio Maurice raccontava a JF che lui l’aveva vista, l’aveva vissuta, l’aveva assaporata fino in fondo insieme alla donna che possedeva il suo cuore, anzi che proprio allora avevano goduto l’una dell’altro comprendendo che il loro destino li portava nella stessa direzione, realizzando che si erano tanto cercati perchè l’una completava l’altro. Maurice raccontò che in quella notte vide la gilda degli “Illuminatori”, dei quali ne aveva solo sentito parlare in termini fantastici, e capì che i membri avevano conoscenze particolari per riuscire a mescolare polvere pirica con salnitro, colori con particelle luminescenti e riuscire a mandare il tutto ad un’altezza enorme, solo con una piccola esplosione, prima di avere lo scoppio del loro preparato e la conseguente formazione di animali fantastici con tutti i colori dell’arcobaleno. Di fantastico c’era solo l’effetto ottenuto, le descrizioni di chi aveva assistito rispecchiavano il vero. Ad entrambi sopravvenne il desiderio di recarsi alla festa e di concedersi un giorno di spensierata allegria ma sapevano che era impossibile che questo si avverasse. All’improvviso un rombo molto più forte dei precedenti li costrinse a concentrarsi sulle nubi nero violacee che si erano addensate in lontananza, proprio la dove si trovava il villaggio che poco prima avevano sognato di raggiungere e videro strani lampi susseguirsi e rincorrersi in una danza contorta e insensata. Una danza che non apparteneva alla festa e che in quel periodo dell’anno, “la bella stagione”, non aveva alcuna spiegazione. Compresero che qualcosa non funzionava, che qualcosa di poco tranquillizzante provocava quegli strani lampi e quel rombo sordo e continuo che stava rotolando per leghe e leghe arrivando fino alle loro orecchie e penetrando nella loro testa. Compresero che la battaglia aveva avuto inizio.Scesero velocemente al campo urlando l’ordine di sellare i cavalli e di prepararsi, risvegliando chi ancora dormiva, incitando gli uomini per l’imminente scontro.
  • Tutto ebbe inizio negli avvenimenti di una notte anche se non c’era stato un vero inizio, gli eventi si susseguono e le vicende si incrociano. Non c’è mai un vero incipit, il tempo scorre ed ogni istante è un già una nuova ripartenza.

Erano ormai giorni che , silenziosa ma percepibile, l’attesa per la festa cresceva nel villaggio e tra i suoi abitanti. Apparentemente tutto si svolgeva come di consueto ma un occhio attento avrebbe colto mille segnali premonitori, le attività si svolgevano come sempre, ognuno intento a condurre il suo lavoro e le sue mansioni, ma una strana allegria pervadeva tutto, un’insolita fretta accompagnava la quotidianità. Le donne ripulivano i loro abiti migliori e acconciavano i loro capelli, gli uomini attendevano con insolita solerzia al loro lavoro per far si che nulla fosse lasciato incompiuto. Il fabbro batteva sul ferro più forte e più velocemente, il falegname usava la pialla con nuovo vigore, gli stallieri strigliavano ben bene i cavalli ed il fornaio sfornava pagnotte su pagnotte, dolci e pagnottelle al miele. Mentre tutto si svolgeva con apparente calma e ripetizione di gesti conosciuti, nei paraggi del villaggio si potevano avvistare i primi carrozzoni dei giostrai, seguiti da quelli a colori forti dei calderai ed infine da quelli dei venditori ambulanti. Erano pronti per prendere posto nella piazza e nelle vie, erano in attesa di potersi sistemare con le loro bancarelle e di poter mettere in mostra le loro merci. Come ogni anno i più attesi erano i calderai, gente nomade che vestiva abiti coloratissimi, rosso insieme al verde smeraldo, blu topazio mescolato a strisce di giallo grano, rosso rubino con l’arancio di un tramonto, persone che vagavano durante tutto l’anno andando da una terra all’altra e toccando gli angoli più lontani, percorrendo vie che solo loro conoscevano e che si tramandavano di padre in figlio, come l’arte di forgiare i metalli per farne utensili e pentole. La storia dei calderai aveva avuto inizio in quei tempi dei quali nessuno aveva più memoria, avevano attraversato le epoche che si erano susseguite ma non avevano mai cambiato le loro abitudini. Aborrivano la violenza e le armi, trascorrevano la vita inframmezzando canti e lavoro, accudivano gli animali e conoscevano i segreti della terra.

La Guaritrice aveva già preso posto nella piazza disponendo le sue erbe secondo uno schema ben preciso e teneva accanto a sè un animale ai più sconosciuto in quelle terre, un Orso Bruno, una bestia magnifica e mansueta, terribile nell’aspetto e nella parvenza ma aggraziata nelle movenze e reale nell’incedere, chiacchierava con gli abitanti e sorrideva ai bimbi più piccoli, ma con gli occhi scrutava le nubi nere e minacciose che  da lontano si stavano addensando, nubi nere come la pece che bloccavano la luce del giorno proiettando ombre scure sul terreno e che si stavano velocemente avvicinando al villaggio. Uno strano senso di irrequietezza cresceva in lei e la rendeva nervosa, percepiva anche che gli animali avvertivano una minaccia tanto che i cavalli nitrivano e scalpitavano senza apparente motivo ed i gatti miagolavano in modo strano.

All’improvviso fu notte ! Lampi continui e crepitii partivano dall’ammasso nero che sovrastava tutto e si scagliavano a terra, la loro violenza era pari a quella di un cannone e lasciavano grosse buche dai bordi anneriti quando toccavano il suolo. Immediatamente si sparse il panico, gli abitanti fuggivano e cercavano riparo in ogni dove, gli animali, come impazziti, si allontanavano veloci. Gli avventori della taverna si precipitarono in strada dopo che un fulmine colpì il tetto incendiandolo, alcuni mostravano bruciature sulla pelle, altri erano stati feriti dalle travi frantumate. La Guaritrice capì di dover intervenire per curare i feriti e calmare i più terrorizzati per cui estrasse dalle sue bisacce unguenti e pozioni già pronte, impartì comandi precisi alla sua aiutante e le affidò i meno gravi mentre lei corse ad assistere chi presentava le ferite più profonde, come il garzone del maniscalco che aveva il volto coperto di sangue, una piccola porzione del tetto lo aveva colpito mentre si trovava al banco della taverna e scherzava con la figlia dell’oste aspettando che gli venisse servita la sua birra. Mentre tutti venivano curati, fasciati, tranquillizzati i calderai si precipitarono nella piazza per portare il loro aiuto, cercarono all’interno della taverna eventuali feriti che non erano riusciti ad uscire all’aperto, si guardarono intorno in cerca di bimbi che si erano allontanati dai genitori, radunarono gli animali riconducendoli nei loro recinti. Al piano superiore della locanda si trovava un gruppo di nobili che avevano deciso di fermarsi nel villaggio quando erano venuti a conoscenza dell’imminente festa, ed insieme a loro si trovava un piccolo drappello di soldati che li scortava per difenderli da eventuali aggressioni di banditi che, dopo aver colpito e depredato le carovane, si rifugiavano veloci nei boschi vicini o tra i monti. I soldati, uomini duri ed esperti, dopo i primi scoppi, liberarono il piano dove alloggiavano i nobili e le scale per farli scendere in strada e portarli in un luogo più sicuro, usarono modi spicci e determinati senza curarsi degli altri ospiti pur di liberare il passaggio. Giunti in strada bastò un’occhiata veloce per individuare un numero sufficiente di cavalli per tutti loro, i più giovani si preoccuparono di raggrupparli in un angolo della piazza mentre gli altri, più anziani ed esperti, sguainarono le spade e si disposero a cerchio alternando lo sguardo tra il cielo e la terra per individuare da dove potesse provenire un attacco. Fecero montare a cavallo prime le nobildonne e poi gli uomini e si allontanarono veloci verso le montagne per trovare un rifugio sicuro in alcune caverne che avevano notato durante il tragitto che li aveva condotti al villaggio il giorno prima, senza sapere che avrebbero incrociato l’intera guarnigione al comando di Maurice e di JF che nel frattempo aveva lasciato l’accampamento e spronato i cavalli al galoppo per raggiungere il punto dove l’anomala tempesta si era scatenata.

La Guaritrice si precipitò ad assistere tutti quelli che richiesero il suo intervento, spalmando impiastri untuosi e maleodoranti sulle ferite, fasciando braccia , gambe e teste, aiutandosi con movimenti sicuri e decisi ricompose fratture, cucì tagli profondi con un ago sottilissimo di osso e filo di budello d’agnello impregnato di calendula e mostrò a tutti le sue capacità. Quello che tenne nascosto erano le arti divinatorie che conosceva da tanto tempo, da quando fu allieva di una donna delle terre bagnate conosciuta come “la Sapiente”, una donna allora già vecchia e nodosa come un ulivo, una donna forgiata dal tempo e dagli eventi che conosceva l’arte della stregoneria e che impartiva lezioni durissime alle poche giovani di talento che mostravano di esserne degne, a quelle poche che erano in grado di sopportare i suoi metodi ed i suoi insegnamenti.  La Guaritrice apprese tutto quello che le fu insegnato memorizzando ogni singola parola come se fosse stata scolpita nella roccia, fece tesoro dei prodigi a cui assistette e ricordò ogni singola sfumatura delle strofe necessarie per provocarli, durò alle fatiche imposte ed alla fine si ritrovò più forte, più tenace, più avveduta e più capace. Mentre esercitava la sua arte sui feriti non lasciò udire le strofe e le nenie che pronunciava, non lasciò intendere che conosceva la stregoneria e che ne faceva uso per ottenere un sigillo che permettesse di mantenere pulite e calde le ferite, che evitasse infezioni e gangrene. Non voleva farsi riconoscere per quella che in realtà era da sempre, non voleva che si sapesse che poteva usare il potere antico che alcune donne, inconsapevolmente, tramandavano alle proprie figlie. Il potere che veniva percepito da chi lo possedeva come una calda luce che ti pervadeva, che ti appagava e che ti faceva desiderare di possederne sempre di più, il potere che ti permetteva cose che i comuni mortali nemmeno immaginavano, il potere che ti faceva additare come una persona diversa e che alla fine ti distruggeva davanti agli occhi di tutti quelli che non potevano possederlo e comprenderlo.

Mentre il caos sconvolgeva il villaggio ed i nobili cavalcavano con le loro guardie per raggiungere i monti dal nord calò un’orda di esseri deformi, bestie con tratti umani, dotati di zanne e corna, zoccoli e pelo che giunsero di corsa per saccheggiare ogni casa, esseri generati da una mente malvagia il cui unico scopo era quello di procurare dolore e disperazione.

Maurice, JF ed il gruppo di esperti combattenti arrivarono al villaggio contemporaneamente alla devastazione degli esseri deformi, incrociarono subito le spade staccando di netto alcune teste mentre gli arcieri si disposero ai limiti del villaggio per creare un passaggio di sicurezza per i feriti ed i bambini. Usavano archi lunghi e potenti, incoccavano una freccia dopo l’altra e ad ogni colpo una delle bestie cadeva priva di vita. I pochi esseri che che riuscivano ad evitare le frecce venivano trafitte dalle lame che si trovavano alle estremità dei lunghi archi o dalle spade dei soldati. I due comandanti, JF e Maurice, diedero disposizioni ai loro uomini, agli abitanti del villaggi ed ai mercenari che nel frattempo erano tornati per dare manforte.

Devastazione, grida di dolore, arti mozzati ed abbandonati a terra, spavento, dolore, paura, ira. Odore di sangue mescolato a polvere e sudore.

La battaglia durò l’intero giorno con grosse perdite da una parte e dall’altra ma, alla fine, l’esperienza dei soldati e dei mercenari pesò più della ferocia delle bestie. Nemmeno una di loro sopravvisse ai continui assalti e fu così che insieme al tramonto giunse il silenzio.

Gli uomini e le donne, ormai stremati, impilarono i cadaveri delle creature calate dal nord e li bruciarono in un immenso rogo e diedero la giusta sepoltura a chi aveva contribuito a salvare il villaggio perdendo la vita. La Guaritrice recitò canti e cantilene mentre i bimbi, spaventati, trattenevano le lacrime.

Le nubi sui monti, nel frattempo, erano diventate più scure ed annunciavano nuovi attacchi.

Jf e Maurice sapevano che avrebbero avuto un breve lasso di tempo per riprendere le forze e preparare gli uomini a nuovi attacchi. Non ora però, prima doveva esserci il riposo. Sperando di poter scivolare in un sonno ristoratore e, soprattutto, privo di incubi.